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Immaginario collettivo e individuale si fondono nelle differenti esperienze di due generazioni di padri e figli precari in modi e tempi diversi. Nella prefazione Valerio Evangelisti scrive: Poi arriva il minerale killer che dà il titolo al libro, con le sua via crucis, che è inevitabilmente la parte più toccante del testo, dolorosa da vivere e da scrivere ma elemento fondamentale della denuncia.

Infatti, come dice Valerio Evangelisti nella prefazione: A chi per anni ha raccontato sui giornali borghesi la storia artatamente falsa della scomparsa della classe operaia, facendola di fatto sparire davvero sui media, occultando il sangue versato nel lavoro vivo, quello vero, e i suoi conflitti, il libro di Prunetti fa da efficace controcanto con una scrittura tesa e vibrante, una lingua ruvida, dura come le cose che racconta, fatta del lessico concreto e molto terrestre del mondo operaio, che a volte ti arriva come un pugno nello stomaco.

Andavo con mio padre a vedere il campionato livornese di prima categoria e facevo il raccattapalle quando giocava il Follonica in casa. Mi piaceva ascoltare quello che succedeva in panchina.

Poi si risvegliava di colpo, lanciava un bestemmione trionfale e diceva qualcosa, solo per farsi sentire dal pubblico che seguiva la partita. Il Dea era un altro che si faceva il culo in fabbrica e che giocava di forza, eppure il mister gli diceva sempre: Il pelato era in panchina accanto a lui. Quel raccattapalle era Alberto Prunetti. La nascita del suo Amianto , il bellissimo libro da cui sono tratte queste righe, era ancora lontana.

Dentro Amianto ci sono una storia, e migliaia di storie. Ci sono lotta e cazzeggio, sudore e vitalità, tradizione anarchica e comicità dialettale. Ci sono alcuni spaccati sensazionali di calcio di provincia. Della morte di Cobain e Senna. Del genocidio in Ruanda. Non mi sto certo riferendo alla politica italiana.

Sto parlando della nostra discesa in campo. Giovanissimi provinciali del Sovicille. Vabbè, tribune… Due-gradoni-due incastonati in una pendenza scoscesa, tra un Arci ed un ufficio postale. Seconda Categoria con ambizioni di una stagione in prima fila. Idoli incontrastati, due vecchi leoni ben sopra i 30, il botto del mercato estivo, venuti da noi per un onesto fine-carriera tra esperienza da tramandare ai ragazzini e ultimi lampi di classe.

Un centravanti e un libero. Il centravanti aveva segnato montagne di gol in tutta la Toscana. Pelato e con la barba, poteva essere un pirata di antica discendenza longobarda o un carpentiere uscito dal Moby Dick di John Huston, capace di rovesciate alla Van Basten e di tremende capocciate spaccapietre.

Del libero argentino, si diceva che fosse stato da giovane un grande trequartista, e che da piccolo, nei pulcini del Lanus, insieme a lui avesse giocato Dio in persona. Li seguivamo in mezzo alle Brigate Arancio Blu, una decina di esagitati che per tutta la durata della partita si sganasciavano di risate prendendo per il culo, in vernacolo strettissimo, tutti gli avversari. Come spesso accade in mancanza di traguardi più nobili, tutte le speranze si riversarono su una partita sola.

Il derby della Val Di Merse. Sovicille — La Sorba Casciano Una rivalità violenta. Il più delle volte avrebbero brindato agli epici scontri del passato, per poi rinverdirli pestandosi di nuovo di santa ragione, sicuramente spinti dalla celebre acidità del pessimo vino che da sempre circolava. Venne il giorno più atteso. Pubblico delle grandi occasioni. Non meno di cinquanta paganti. Subito a lato delle Brigate, grande spiegamento di masticatori di arachidi e semi di zucca, attaccati direttamente tramite flebo endovenosa a Tutto Il Calcio Minuto Per Minuto.

Bandiere arancio blu al vento. Fischietti solitamente utilizzati per richiami alle anatre. Botti stile curva A del San Paolo. Vecchiette con barboncini al guinzaglio che si affannavano lontano da quella Santabarbara, maledicendo la genesi di ogni tifoseria organizzata e, più alla radice, del nostro sport nazionale.

In campo successe di tutto, ma non fu la partita che sognavamo. Mentre la quiete si impossessava di nuovo della conca del campo sportivo, e restavano in cielo solo gli echi dei piccoli aerei in gita panoramica, anche gli ultimi scalmanati si decisero a sfollare.

Uno di quei qualcuno è il padre di Alberto Prunetti che in Amianto, una storia operaia ne racconta la storia: Ne basta una scheggia ben piazzata per mandare in tilt un organismo, anche anni dopo, con un tumore: A 59 anni, Renato Prunetti è morto. La fiducia verso il sistema, in entrambi i casi, non è stata neanche tradita, il che comporterebbe un vero rapporto, ma, più freddamente, ignorata.

Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare.

Questo è Amianto, uscito per Agenzia X, dove Alberto Prunetti, che abbiamo intervistato, racconta la storia di suo padre. Si tratta di vere e proprie linee guida operative, che il Governo in carica ha trasmesso alla conferenza Stato-Regioni per il loro recepimento e la loro attuazione in sede locale.

I numeri sono impressionanti. I numeri del dramma absesto sono da capogiro. Un recente libro, Amianto. Una storia operaia edito da Agenzia X, nel , scritto da Alberto Prunetti, scrittore piombinese, classe , ha affrontato il dramma amianto. Abbiamo fatto qualche domanda a Prunetti. Di cosa parla il libro? Amianto, una storia operaia racconta un pezzo di storia industriale italiana, dal basso: Le coordinate geografiche si spostano dalla zona delle Colline Metallifere, dal siderurgico piombinese, fino al triangolo industriale del nordovest, per poi scendere a sud verso Taranto e Siracusa.

Non sono un sociologo né mi occupo di statistica. Il libro è fatto di carne operaia, magra e affusolata, poi marchiata dalle stigmate delle scintille della saldatrice che perforavano la tuta, infine segnata da chemio, radio e dal cortisone.

La prospettiva del libro è narrativa, più che saggistica. Sarà un genocidio operaio, per intenderci.

Negli anni la situazione è evoluta e il processo Eternit è stato uno spartiacque, anche mediatico. Oggi i sindacati sono più attenti e anche alcune istituzioni sono più sensibili. Per fortuna ci sono anche casi più esemplari: Anche nella medicina o nella magistratura trovi medici assolutamente insensibili al tema e altri che per fortuna hanno una sensibilità diversa, a cominciare non a casa da Medicina Democratica.

Ma è ancora una lotteria: A livello europeo urge una legislazione che affronti il problema sia in campo industriale che abitativo, servono censimenti attenti e possibilità di smaltimento non onerose per i cittadini. Una storia operaia di Alberto Prunetti Inauguriamo Segnali, una nuova sezione mensile di infi.

Il primo libro di Segnali è Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti. Uno di quei libri che possono essere definiti oggetti narrativi non identificati, perché rompono con la tradizionale classificazione letteraria di genere intersecando nuove e diverse rotte narrative: Amianto ha la contemporaneità di un saggio e la drammaticità di un romanzo. Non le ho costruite come un plot artificiale a tavolino.

Mi ci sono trovato dentro. Amianto è una storia drammatica. È la storia di Renato Prunetti, padre di Alberto, operaio metalmeccanico, trasfertista. Renato morirà nel Tubi, cisterne, acciaio e saldatrici come fossero vene, valvole, cervello e cuore.

Una pelle ruvida, scomoda. Poi, le strade e i quartieri operai di Livorno, la Maremma, i campetti di calcio affianco ai siti industriali.

E la chiave inglese stretta in una mano a raccontare questa storia dolorosa, forte, potentissima. Sotto traccia al libro si ascolta una vera è propria colonna sonora tenera e dolorosa. I titoli dei capitoli sono ripresi da canzoni di Nada e Piero Ciampi, ma nel testo si aggira anche Bobo Rondelli [ Ma che freddo fa è anche il titolo del primo capitolo di Amianto ] Senza giri di parole: Le pagine vanno sfogliate con la tenaglia, come fossero fogli di ferro.

Le parole, rabbia da mordere. Una lettura consigliata, senza alcuna mediazione. Una storia operaia Chi: Figlio di un operaio come me. Io di Lorenza, alla catena di montaggio per trentasette anni, tappi per i serbatoi e maniglie per le vetture della Fiat in provincia di Torino.

Alberto mi è stato vicino per pagine come pochi. Un lavoratore cognitivo precario racconta un lavoratore metalmeccanico sindacalizzato. Nessuna epopea di classe. Studia — diceva Renato ad Alberto.

Me lo diceva anche mia mamma — tutto ma la fabbrica no -. Abbiamo ascoltato, eseguito, entrambi. Alberto, probabilmente, meglio di quanto abbia fatto io. Non so chi dei due se la passa meglio.

Quando avete bisogno di memoria. Quando accendete la televisione, leggete i giornali, ascoltate la radio, navigate in internet e vi sembra che questo frastuono costante vi renda più sordi del silenzio. Mi mancavo io, che poi sono il figlio di Lorenza, operaia alla catena di montaggio per trentasette anni. Una storia operaia Sono arrabbiata con Alberto Prunetti, perché ha scritto un libro che mi ha fatto pensare troppo.

E perché ha messo nero su bianco una memoria che brucia. Sono arrabbiata con Alberto perché quella che ha scritto è una memoria condivisa, di piccole cose, di eclissi di sole guardate dai vetri affumicati da saldatore, di cantine o piccoli capannoni domestici che facevano da officine e da stanze dei giochi, di padri che vendemmiano con le tute blu da lavoro e di madri che lavano, piegano e stirano quelle tute.

E di campetti da calcio di cemento. Non va da Maurizio Costanzo ma a Bartelby a presentare il suo libro. Che cavolo Alberto, ma non lo sai che se non fanno un servizio su di te alle Iene non sei nessuno?

E che se non stai col tuo libro nella lista dei mai più senza di Beppe Grillo, insieme a Pallante, Scienza e Giuliani, non sei un cittadino certificato onesto democratico? Leggere Amianto serve a non dimenticare, a non farsi fregare. Noi soprattutto, figli delle officine , noi che oggi se non siamo più operai siamo quello che viene definito proletariato cognitivo , noi che troppo facilmente scordiamo la prima parte di questo binomio moderno.

E ve lo dimostro con questa piccolissima bibliografia ragionata: Io so che di amianto ci si ammala e si muore, da almeno anni e ora lo sapete anche voi. Non abbiamo più scuse. Fino alla denuncia, al canto lacerato dal dolore, perché lasciarsi fottere dalle fibre della produzione capitalistica è una sconfitta che sembra sempre non concedere repliche.

Le mani degli operai, ancora giovani e in forze, cominciano a tremare. Silicosi e amianto hanno fatto breccia. Ucciderà fra venti, trenta anni. Il tempo di costruire, con le mani, una vita, fare figli, immaginare un futuro che si rivelerà troppo breve. Alberto Prunetti, scrittore, traduttore, editor in Amianto. Una storia operaia racconta la vita e la morte del papa Renato, élite metalmeccanica, specializzato saldatore e tubista.

Acciaio, petrolio, chimica, da Novara a Napoli, da Torino a Mestre, da Taranto a Priolo, la geografia della modermzzazione spesso velenosa e oggi in bilico tra occupazione, produzione e integrità del futuro. Un telone grigio amianto, un anticipo di sudario. Quello di Alberto Prunetti è un documento familiare allargato alla memoria più vasta della collettività che del lavoro manuale aveva fatto vanto e privilegio ma anche difesa di diritti e dignità.

La nonna di Alberto aveva una voliera a Follonica, come si usava in campagna. Allevava fagiani, nonostante il divieto municipale di tenere animali da cortile in città.

Il giorno che scapparono furono abbattuti a fucilate dal vicinato che non aveva rinunciato alle pratiche bracconiere. Le mani e gli attrezzi di papa Renato erano anche strumenti istintivi e miracolosi di conoscenza. Pagine struggenti elencano quanto Renato ha lasciato al figlio: Nessuno allora si vergognava della sua condizione, anzi. Erano i figli dei dottori, degli impiegati a doversi travestire da proletari, ad accettare giochi ruvidi, rivendicazioni spicce di una egemonia culturale masticata a bestemmie e cazzotti se necessario.

Renato percorre i decenni delle riscosse operaie e il declino degli anni della restaurazione e del riflusso, della prime crisi economiche. È persino costretto ad un certo punto ad aprire una partita iva per lavorare, triste preludio della nostra disumana post modernità, di una nocività assassina, del precariato diffuso, di un mondo senza più garanzie e diritti, di teste piegate al ricatto padronale e trasversale, della frammentazione sociale ove nessuno quasi sa chi è più amico o nemico.

E Alberto, per suo padre, per tutti i Renato di queste terre refrattarie e non del tutto domate, parla, racconta, imprime in tutti noi in maniera indelebile, una storia operaia, sangue nostro, vento, fumi, sudore, lacrime, rabbia e risa, lotta, sconfitta, orgoglio. E poi ancora, dignità. Minerale, varietà di serpentino o di anfibolo, costituito di fibre sottilissime; si distinguono: Questi impieghi sono stati banditi dopo la constatazione che le fibre di amianto, inalate, sono cancerogene.

È più di un mese che ho finito di leggere Amianto di Alberto Prunetti. È più di un mese che questa, che dovrebbe essere una recensione, aspetta di essere scritta. Poi mi son detto che per questa, che dovrebbe essere la recensione di una storia italiana dei nostri padri e di noi figli, potevo usare le emozioni che ho provato mentre leggevo Amianto di Alberto Prunetti.

Solo che mi sono ricordato che io, mentre leggevo Amianto di Alberto Prunetti, è stato come finire in mezzo ad un pestaggio selvaggio, un pestaggio dove i manganelli erano le ore di lavoro e i lividi lasciati erano i segni tangibili delle gesta eroiche dei nostri padri per provare a garantirci un futuro migliore. Forse dovevo iniziare subito da qui per questa che dovrebbe essere una recensione di Amianto di Alberto Prunetti.

Forse dovevo dire subito che questa è la storia della lotta di un giovane operaio, di un giovane padre costretto ad invecchiare dal lavoro; questa è la storia di una strage, una strage che non si è fermata perché il suo seme sta germogliando soprattutto ora; questa è una storia che i figli devono leggere perché riguarda soprattutto loro, perchè sono loro che, dopo aver preso le botte, possono voltarsi e reagire.

Una storia operaia e una storia mostruosa Amianto di Alberto Prunetti non è solo una storia operaia come reca il sottotitolo, ma è anche e soprattutto la storia di una mostruosità. La mostruosità va sviscerata. Qui si parla di industria, di capitale, di vittime del lavoro. Toni Negri è chiaro: Toni Negri, Il mostro politico. Nuda vita e potenza , in Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio alla politica , a cura di U.

Wolfe, Manifestolibri, , pp. Carpentiere in ferro, ogni colpo di mazzuolo gli risuona nel timpano. È ancora magro e muscoloso, apparentemente in ottima forma. Ma già ha bisogno di una serie di protesi per connettersi al mondo: Lo chiamo il babbo bionico, con infantile cattiveria. Renato ha scelto, dicevamo.

Poi quando si tratta del figlio appena maggiorenne — che deve lavorare anche lui — il problema si pone in tutta la sua durezza, e si tratta di scegliere, ancora: Renato non lo vuole in fabbrica, il figlio, lo manda a studiare. Perché Renato lo sa che la fabbrica uccide. Per non parlare degli acciacchi lavorativi mal di schiena, male alle ginocchia, tendinite cronica da tastiera.

Il capitale, nel nome della produttività, della flessibilità, ci sta disumanizzando lentamente e le malattie sono il segno di questa sconfitta del nostro corpo: E i corpi si sfaldano. E i draghi hanno mietuto vittime ed altre ne mieteranno. Toni Negri, che con questo mostro si confronta di continuo, dice cose cui poi è inutile aggiungere altro: Il mostro è divenuto biopolitico. Dopo la II Guerra Mondiale rappresenta stabilmente la figura della produzione capitalista nel mondo industrializzato.

Nuda vita e potenza , cit. Note su un vero scrittore, nate da una non-recensione. Quando un libro mi colpisce davvero prendo nota di quanto ho letto. Leggendo il libro Amianto, una storia operaia di Alberto Prunetti mi è venuto in mente un refrain che ho annotato nel mio diario: Fabbrica dimenticata dalla storia, fabbrica che riporta in vita le storie.

Nel nostro paese si parla spesso di scrittori che si adeguano al mercato editoriale, autori che non propongono mai storie diverse e che scrivono quando lo fanno davvero, senza interventi di agenti esterni quali ghost writer di ogni sorta, editor alla Gordon Lish e figure simili guardando al proprio ombelico. Dove collochiamo quei pochi scrittori che scavano dentro il proprio vissuto? Cosa dire di chi in quel gesto di ribellione, la scrittura autobiografica, partorisce una creatura narrativa dotata di un cordone ombelicale composto di materia narrativa allo stato puro?

Salinger nel libro il Il giovane Holden , ho provato anche io a chiamare Alberto Prunetti. Si parla del tuo libro sui blog e sugli inserti letterari, cosa difficile per chi pubblica per un piccolo editore. Da lettore, secondo te, cosa ha colpito di più del tuo libro? In effetti non capita spesso che un libro pubblicato da un piccolo editore di aria antagonista riesca a sollevare questo interesse nelle pubblicazioni mainstream e nel web.

In parte perché i nodi di bottiglia distributivi non permettono a questi libri di diventare oggetto di un dibattito pubblico che non sia di nicchia. Sicuramente ci sono tre punti di forza nel libro: La realtà operaia non è vista dal di fuori, furbescamente, ma da dentro. La storia che racconti nel tuo libro non è frutto di ricerche, ma è parte di una rielaborazione del vissuto personale.

Quanto ti è costato scavare nei ricordi e accettare questa storia che hai deciso di raccontarci? Tanto, nel bene e nel male. Ricordare e farmi ri-raccontare è stato a tratti doloroso, a tratti è stato veramente catartico.

La scrittura ha fatto da sutura di vecchie ferite. Scrivere, per chi come me non frequenta il cimitero, è stato un modo per togliere la ruggine del tempo dalla memoria e rielaborare un lutto. La storia di mio padre e la mia. Considerati i diversi lavori che hai svolto fino ad oggi, qual è il ruolo in cui più ti ritrovi a tuo agio in questa Italia dei precari ad ogni costo? Nei panni precari ci si sta sempre male, non importa che si lavori con la penna o con le mani. Nel mio caso il disagio di un lavoro intellettuale è fisico ho una tendinite ai polsi, soprattutto il destro, per la battitura da tastiera: Ci vogliono contratti duraturi e la possibilità di un reddito sociale minimo per i periodi di disoccupazione.

Scrivere serve e come. Ma se nella scrittura si tentano strade diverse io ad esempio ho anche provato a ridare senso agli appunti sindacali di un operaio come mio padre che lamentava i rischi nel cantiere della raffineria in cui lavorava … allora la scrittura serve a qualcosa e ha una sua importanza sociale. Quale sarà il tuo prossimo libro? Ti va di dirci a cosa stai lavorando? Non lavoro mai a un solo progetto di scrittura ma a più progetti assieme, che poi si concretizzano lentamente.

Non vivo di libri ma di tanti lavori anche editoriali, come traduttore e scrivo nel tempo libero, molto lentamente. In teoria ho una serie di racconti sui mestieri precari e uno scritto di fantascienza nel cassetto… si vedrà che cosa arriverà prima in tipografia.

Alberto Prunetti lo spiega già nel titolo. Prunetti evita con pudore i sentimentalismi e racconta con orgoglio e disincanto la vita di Renato. Sorretto da una scrittura efficace, sempre sorvegliata, rallentata solo nella parte dove si racconta la battaglia giudiziaria e lo scontro di perizie e norme. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega tutto con un dito sporco di mastice verde. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature.

Renato Prunetti è un operaio specializzato: Renato salda e suda, salda e respira benzene, piombo. Poi una fibra di amianto gli si infila nei polmoni, in silenzio, come un ladro. Intanto salda e bestemmia e tira su la sua famiglia. Per anni, per una vita intera, fino a quando tutto quello che rimane da saldare è il conto: Che se lo porta via. Me lo dice Alberto, uno dei figli di Renato, quello che ha avuto la forza e il coraggio di raccontare questa storia.

Una storia operaia in cui vita, morte e lavoro coincidono. Alberto non cede a facili sentimentalismi, racconta la sua storia con la stessa dignità, impegno e dedizione che suo padre avrebbe messo in una delle sue saldature. Una di quelle che quando dopo ci fai scivolare le dita sopra, dici che è perfetta. Anche a sacrificare la propria vita.

Renato è un saldatore tubista. Viaggia tanto, fa il trasfertista. Salta sul treno la notte per presentarsi puntuale in cantiere la mattina. Torna a casa ogni una o due settimane. Con i vestiti da lavoro sporchi, pieni di polvere bianca, una sottilissima, impalpabile e apparentemente innocua polvere bianca.

Dietro la quale si nasconde una condanna a morte. Il libro vi scivola tra le mani senza che ve ne rendiate conto. Vi ritroverete a sorridere su alcuni aneddoti, e a soffrire su altri. Vi strapperà il cuore, pagina dopo pagina. Un ritmo perfetto, scandito da una colonna sonora colossale: Un libro autenticamente romantico e struggente, scritto con semplicità e grande sapienza narrativa, ma anche un documento politico per ricordare tutti coloro che sono stati uccisi come Renato.

Chi scrive si è trovato in grande difficoltà a buttare giù una recensione di Amianto. Non conosco personalmente Alberto Prunetti ma prima ancora di incontrarlo o magari dialogarci per email, voglio fargli una confessione: Con il suo capolavoro — perché tale è — mi è successa una cosa strana e assolutamente inusuale: Gli assassini sono altri. È il capitalismo, che antepone il profitto a tutto e a tutti.

Ma la grandezza di Amianto sta anche in un altro ossimoro: Che di fabbrica ha prima imparato a vivere, poi a sopravvivere e infine a morire. In Amianto gli operai non trionfano ma soccombono. Non camminano verso la luce e non hanno certo i sindacati al loro fianco. Sarebbe un quadro realista, certo, ma somiglierebbe molto di più ad una pittura di Jean François Millet.

Ma Amianto non è un dipinto ma un libro, un grande libro. Amianto possiede tutte le caratteristiche per trasformarsi in un documento della storia operaia italiana. Intanto è già un omaggio postumo nei confronti di tutte quelle vite operaie troncate in maniera subdola e criminale.

Il libro era arrivato per posta qualche settimana fa a Milano, ma io vivo in Messico e non potevo leggerlo. Quindi mio padre ha cominciato a sfogliarlo, poi a leggerlo e divorarlo.

A questo link raccomando la lettura di altre belle testimonianze di operai, pensionati, insegnanti, disoccupati, precari, contadine, insomma di lettori e persone che hanno voluto raccontare, ricordare e scrivere. Fabrizio Lorusso Carissimo Alberto, sono Nicola, lavoratore in pensione, tuo lettore e papà di un tuo amico. Alcuni mesi fa, ho ricevuto il tuo libro, Amianto. Una storia operaia , che mio figlio Fabrizio avrebbe voluto recensire, ma, come tu sai, è in Messico e quindi lo farà quando viene in vacanza in luglio.

La base dei materiali per le composizioni tipografiche, che allora si facevano completamente a mano, era composta da una fusione di piombo puro. Solo intorno agli anni settanta la base fu mischiata con antimonio e quindi il materiale era meno morbido e perdeva meno scorie. Una vera puttanata, la gente continuava a morire. Eravamo giovani, inconsapevoli del pericolo invisibile e nascosto da tutti, una guerra insensata ci aveva lasciati poveri di tutto ma orgogliosi del nostro futuro.

Uomini come Renato, che hanno ingerito polvere di amianto nelle acciaierie di Piombino e in quelle di Taranto, che hanno respirato veleni nelle raffinerie liguri e negli stabilimenti di Casal Monferrato, sono stati traditi dai loro padroni, ma mai hanno abbandonato il loro ideale. Il loro credo era il lavoro a tutti i costi per mantenere la loro famiglia e creare le condizioni per dare un futuro migliore ai propri figli.

Ne era orgoglioso e lo raccontava a tutti. Adorava i suoi figli e le corse in bicicletta, il calcio lo coinvolgeva perché il suo Alberto era un campioncino e, appena ne aveva la possibilità, lo seguiva e lo incitava e menava pure durante le partite di pallone dove primeggiava. Una vita e giovinezza senza soste. Poi la riorganizzazione e una lenta risalita. Con affetto, Nicola Lorusso. Invece è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. Lui indossa una tuta verde e un paio di guanti scamosciati.

Piega un ginocchio appoggiandosi sulla terra ghiaiosa del cantiere. La lama comincia subito a girare alla velocità di diecimila giri al minuto. Avvicina il disco al tubo grigio. Sono piccoli dardi cristallini. Lui distende una prolunga industriale che si snoda lungo il perimetro di una cisterna piena di idrocarburi.

Un altro operaio afferra un telone grigio sporco e lo srotola sopra di lui. Adesso è completamente al buio. Scocca la luce, violenta, ammortizzata dalle lenti affumicate della maschera: Con la testa del mazzuolo picchia sul grumo e rompe la scorza di scorie attorno al punto di saldatura. Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: Eppure il titolo e la copertina ingannano, è il sottotitolo che ci dice cosa troveremo dentro al libro.

Una storia operaia, una storia di un operaio, un operaio specializzato, saldatore, tubista, trasfertista se non sapete cosa significano questi termini, è un motivo in più per leggere il libro raccontata dal figlio.

Ma per tutte le pagine, fino alla fine, quello che sta sopra tutto, quello che lo fa diventare un bel libro e non solo un libro di denuncia, è il rapporto fra il figlio che è la voce narrante e il padre che seguiamo solo in quello che è la visione che il figlio ha di lui: Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio.

Una storia operaia , di Alberto Prunetti. Il mondo si sta scrollando di dosso vecchi ordini, catene arrugginite.

Nada Malanima, in arte semplicemente Nada, nel , ha 16 anni. Debutta al Festival di Sanremo con Ma che freddo fa. Pochi giorni ed è in testa alle hit parade. La storia operaia di Renato Prunetti, classe , inizia da una fotografia. In un locale di Castiglioncello, Nada ha appena finito di cantare.

Un paparazzo la immortala in mezzo ad ammiratori e camerieri. Nella foto, quello a destra, alto e magro, è il cameriere Renato Prunetti, di giorno operaio alla Solvay, futuro operaio specializzato. È il padre di Alberto, autore di Amianto. Viaggi, trasferte, notti passate in treno, un salario più alto, un membro della cosiddetta aristocrazia operaia, orgoglioso del proprio saper fare, una manualità artigiana più che industriale.

È una storia doppia. Il figlio racconta con dolore, amore e ironia la storia del padre e insieme si racconta come bambino, adolescente e uomo. In un flusso di memorie, ricordi, fatti, aneddoti riesce a tratteggiare un mondo proletario che conservava ancora una identità forte. Un senso di appartenenza che ti faceva sentire membro di una comunità oltre che di una famiglia.

Ma allora, è una storia senza lieto fine? La sfida, allora, è anche questa: Al compagno di viaggio, caricato in autostrada, che gli chiede: Una storia operaia Nella foto, Renato è alto e magro. Ha ventiquattro anni, una faccia da attore di film di pupe e pistole alla Jean-Paul Belmondo, per intenderci , lavora come operaio di giorno e cameriere a sera; alla sua destra la cantante del momento, Nada Malanima, toscanaccia come lui, quinta a Sanremo a soli quindici anni.

Renato doveva sentirsi padrone del mondo, in quel momento. Se ci fosse il sonoro, si sentirebbe la canzone che ha catapultato la ragazzina da Rosignano Marittimo alla televisione: Ma che freddo fa. Questa foto è una leggenda familiare, nella famiglia di Renato Prunetti: Amianto è, come recita il sottotitolo, una storia operaia. Una storia che è due storie: In un altro linguaggio si direbbe: Cose che Alberto imparerà sulla propria pelle attraverso una vita di precariato in un mondo che scopre la precarizzazione come destino di una generazione che credeva, studiando grazie alla fatica operaia dei propri genitori, di poter sfuggire allo sfruttamento di classe.

Grandi cavi di corda intrecciati, dai quali pendono cordami che avrebbero potuto avvinghiarsi in diversi intrecci e trame, e il cui dipanarsi racconta comunque un pezzo di storia: Potrebbe sembrare una forma di riscatto ma non lo è: Uno dei punti di forza di Amianto è che non ha un genere di riferimento. Non è inchiesta, non è biografia, non è romanzo, non è saggio, ma ha ognuna di queste componenti in piccole dosi. Amianto è un racconto di cose accadute a Renato Prunetti, avvenimenti che il figlio riordina, intrecciandoli a sue esperienze e a frammenti di storia di un territorio antropologicamente selvaggio, situato tra Livorno e le Colline metallifere, tra Follonica, Piombino e Rosignano Solvay.

Una Toscana per niente patinata: Lavora e si ammala. Il suo fisico asciutto e robusto non lo preserva da qualcosa che è più forte di lui: Il contrappasso del boom economico è questo, scrive Alberto, e pagarlo tocca solo ad alcuni. Libro asciutto, disseminato di guizzi umoristici e costruito con giunti rudimentali ma efficienti a saldare le sue anime diverse la storia di Renato, di Alberto e quella dei loro luoghi , Amianto è molto più che cronaca: A muovere tutto sono tre eventi ravvicinati riguardanti il padre Renato morto da un anno di tumore: Ma al contempo sa calarsi nella materia del suo mondo, tra saldature e fusioni, coibentazioni, ustioni e sudore: E ironia, avventura, rigore documentario, pudore di toni non smorzano lo strazio per una morte annunciata, lenta e amara.

Per questo Amianto è un grande libro, un libro da leggere assolutamente: E senza manicheismi, davanti ai nudi fatti, chiede di scegliere da che parte stare. Le difficoltà a cui penso derivano anzitutto dalla materia prescelta, e dai problemi di distanza e di inquadratura. Amianto è la storia di un figlio che racconta la storia vera del padre: Raccontare la malattia e la morte di un genitore costa molto, sia in senso emotivo che tecnico, e molte volte si fallisce, perché si appiattisce la perdita su una narrazione sentimentale incapace di funzionare e resistere oltre la durata della lettura.

Le ragioni sono altre, principalmente due: Dal punto di vista etico e politico la questione seria certamente è la prima; tuttavia qui si darà spazio critico alla seconda: La biografia è la scrittura di una vita che dura fino al suo termine.

Il destino di morte che la attende — e di cui il lettore è informato subito — è il punto di tensione di tutto il racconto. In secondo luogo, Amianto è una biografia anche nel senso che il narratore testimone, ovvero il figlio che svolge la memoria della propria infanzia in simultanea con il racconto della vita del padre, restituisce corpo, identità biologica, al destino di Renato, assicurandogli lo statuto di soggetto: Quando tornarono i miei ripartimmo verso la Maremma.

E, purtroppo, amianto da respirare pp. Ma il riso non ci diverte e basta, perché il paradosso costruisce serietà, mantiene la tensione: Il protagonista di Amianto è, infatti, anche un tipo: Non deve perdere p. La condizione operaia visuta tra lavorazioni nocive, fatta di morti nei luoghi di lavoro.

Alla presentazione Prunetti fu assolutamente convincente: Passai una piacevolissima ora a sentirlo parlare, leggere, raccontare, approfondire, divagare.

E la lettura è stata ancora più toccante e bella e dura di quanto mi aspettassi. Carpentiere in ferro, ogni colpo di mazzuolo gli risuona il timpano. Lo chiamo il mio babbo bionico con infantile cattiveria. Dentro alle cisterne, ai silos, sulle scale, sulle, gru, a contatto con idrocarburi, facilmente incendiabili, e altamente tossici.

Le esplorazioni minerarie e i nuovi soffioni boraciferi aperti per la realizzazione del progetto hanno portato alla luce non solo il calore dalla terra, ma anche mercurio, radio, arsenico.

Ma questo Renato non lo sa. Ma la vita da cassaintegrato non faceva per lui. Mettersi in proprio, aprire la partita Iva per continuare a fare lo stesso lavoro, negli stessi cantieri. Di fatto, il precariato pag. Tornerà lavoratore dipendente, come tubista-saldatore per la Crosa, nella raffineria Iplom di Busalla, nome noto alle cronache per i ripetuti incendi, praticamente dentro la città.

Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i piombinesi: Renato, operaio ormai tra i più anziani, inizierà ad impegnarsi molto nella rappresentanza di base. Gli ultimi anni di lavoro di Renato sono particolarmente frustranti per le sue condizioni fisiche deperite e anche per il vedersi costretto a versare trentasei milioni delle vecchie lire sic!

Ricoveri, radioterapia, chemioterapia, anticoagulanti, antidepressivi, antiepilettici, cortisonici. E infine la morfina. Dopo la morte di Renato, ai familiari non venne in mente di intentare la causa per danni. E allora decisero di combattere la sua battaglia. E forse la decisione fu presa anche per le difficoltà che essa presentava. Fu compito degli eredi dimostrare i tempi e i luoghi in cui Renato Prunetti aveva lavorato. Non cambiano le condizioni di lavoro, ma alla fine si paga ad orfani e vedove un piccolo obolo in più, con la rivalutazione delle pensioni, riversando sulla collettività gli oneri che solo le imprese dovrebbero pagare o meglio, dovrebbero evitare di pagare, operando, in modo molto più costoso, in condizioni sane e non a rischio.

Questa è la storia. Ma finora, presa alla gola dai fatti, non ho avuto modo di dire quanto il libro sia divertente.

Alberto Prunetti sembra avere un dono per una scrittura scorrevole e immediata, e riesce a non perdere mai la sua impronta maremmana, facendoci ridere di cuore, sia mentre descrive la sua infanzia e adolescenza attorno alle fabbriche, sia quando racconta storie più lontane della sua terra. E anche quando non vuole farci ridere, ma solo descrivere un approccio più piratesco alla vita e alle convenzioni, ad esempio il rapporto di suo padre e poi il suo con i preti, non perde mai quel tono mordace che ricorderemo anche molto dopo aver chiuso il libro.

È che ieri sera ho finito questo libro e mi ha colpito durissimo, come non mi capitava da tanto. Nel volgere di una generazione ci hanno devastati. Io, guardate, sono anni che non scrivo una recensione, e non la voglio scrivere neanche adesso.

Non mi interessa più recensire, voglio discutere. Che cazzo di libro che hai scritto, compagno. Lo faccio decantare, poi parliamone su Giap, ti va?

Io, te e altri, ti va? Volentieri, mi fa lui, poi mi spiega che è ancora scosso da una presentazione che ha appena fatto, il pubblico era pieno di operai menomati da anni di lavoro di merda, e figli e parenti di operai menomati o uccisi da anni di lavoro di merda. Insomma, io vi dico solo: Ché poi se ne parla insieme. È un libro di quelli che si leggono per poi parlarne insieme. Qualcuno in officina, le donne mamma ed entrambe le nonne a fare le braccianti. Pure mio papà, prima di entrare in fabbrica, aveva fatto il cameriere.

E la darà anche a voi, perché se uno legge Amianto e non gli arriva la botta, vuol dire che ha la testa sbagliata e si è messo il cuore sotto le scarpe. Questo qui è un libro grande come una casa, ma è la casa che manca, la casa che non abbiamo. Il libro riporta in primo piano il dramma delle morti nei luoghi di lavoro o conseguenza delle condizioni di lavoro. Un libro che accoglie tante storie: Un libro che riporta prepotentemente in primo piano il dramma delle morti nei luoghi di lavoro o che sono state conseguenza delle condizioni di lavoro.

Tema che ancor oggi, nel secondo decennio degli anni duemila, non possiamo archiviare. Un libro - Amianto — che accoglie tante storie al suo interno: Storie che entrano nella carne, nel cuore e nella mente di chi legge, raccontate con straordinaria capacità da Alberto Prunetti.

Titolo e sottotitolo secchi, asciutti, precisi. Ma il libro di Prunetti — oltre a essere una vera e propria inchiesta sul campo, che ci fa vedere la materialità delle fabbriche, che ci mostra il lavoro vivo negli stabilimenti — è anche una vera e propria opera letteraria. La scrittura di questo libro, nel suo dato scabro, secco, nel suo andare dritta al cuore materico del reale, ci fa sentire, e sentire veramente, i suoni profondi di quella storia operaia.

Da Alberto Prunetti, Amianto. Tante volte mi sono chiesto se avesse sofferto. Se avessimo dovuto dargli più morfina. Finalmente era libero di dimenticare quella scimmia che gli era salita sulla schiena. Le sue ultime ore per noi furono pesanti, ma lui neanche se ne accorse: Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro. Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti.

Amianto di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X. Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato? Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta auto critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro stacanovista ed un figlio libertario.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Follonica è un luogo che sembra non avere un passato, né averne bisogno. La storia principale è quella di Renato Prunetti, il padre di Alberto, morto di un carcinoma polmonare dopo aver lavorato 35 anni a contatto con metalli pesanti di ogni tipo. La storia di Renato è racchiusa tra due fotografie contenute nel libro. La prima lo ritrae assieme a un gruppo di uomini, tutti portano una giacca nera e un papillon al collo.

È il e la ragazza si chiama Nada Malanima. Accanto a lei se ne sta un uomo alto; il sorriso largo e la fossetta sul mento lo fanno somigliare a un attore francese. Il suo sguardo è rivolto verso il fuoricampo a fissare qualcosa che a tutti gli altri sembra sfuggire. Lui è Renato, di anni ne ha 24 e la sera arrotonda facendo il cameriere nel dancing dove la giovane cantante si è appena esibita. La seconda immagine è una fototessera, fissata con un punto di spillatrice a un cartellino di lavoro delle acciaierie di Temi oggi proprietà della ThyssenKrupp.

Renato ha 44 anni, ma ne dimostra almeno dieci di più. Cosa lo ha consumato? La storia di Renato è simile a quella di molti altri. Sposa la sua ragazza, trova casa a Follonica ed entra come operaio nel polo chimico di Scarlino Montedison. Passare la vita a una catena di montaggio lo deprime più di qualsiasi altra cosa e Renato ci mette poco a prendere la qualifica di saldatore-tubista. In cerca di una paga più dignitosa, si spinge a Nord.

Se lavori a un passo da una cisterna piena di petrolio, basta un errore, anche minimo, e fai il botto. Renato lo sa e per isolare le scintille è costretto a lavorare sotto un telone resistente alte alte temperature.

Quello che non sa è che una fibra di amianto è volte più sottile di un capello. Renato salda nel buio surriscaldato del telone, e respira; respira amianto. Si riempie i polmoni di gas micidiali per anni. Si sfonda i timpani a forza di dare colpi di mazzuolo. Occhiali, dentiera, apparecchio acustico. Per la prima volta in vita sua finisce in cassaintegrazione. Lunga e con rottami di stipendio in tasca.

E infatti esplodono; 3 volte. Nel , nel e poi di nuovo nel Un riconoscimento che arriverà nel , 7 anni dopo la morte di Renato. A ricordarci che senza un lavoro attivo della memoria le ingiustizie del passato sono destinate a generarne di nuove nel presente.

Traducono gli argentini come Osvaldo Bayer e i loro libri anarchici, parlo di Severino Di Giovanni , libri odiati dai militari in tempo di junta assassina.

Quelli come Prunetti scrivono Il fioraio di Perón , le strade e i moli di Buenos Aires, le piazze e i carri, ma poi quando guardano sotto i nostri cieli raccontano cosa vedono e allora leggiamo le nostre ferite, il nostro pus. Che narrativa è la narrativa che qualcuno chiama militante e altri la dicono necessaria? Amianto è terribile perché di dolore ne racconta a vagonate.

Bellissimo, dicevamo, perché Amianto è un libro romantico e potente, e la capacità del narratore, come una specie di legittima difesa, una corazza, è di mettere assieme certe cose terribili come se ci raccontasse una fiaba.

E a volte si sa le fiabe sono tremende. E questa è una delle forze di Prunetti, che sta nel miscelare ricordi, divertimenti, rabbia, stupore, non luoghi, che sono i non luoghi dove è cresciuta una generazione di figli di operai massacrati, e far scorrere tutto nel torrente che attende ancora la sua foce.

Entrambe sono involontarie e necessarie. Cosa significa involontarie e necessarie? Che esistono mio malgrado. Dentro al dramma della malattia, dentro la classe operaia. Anche quella non è voluta: Il libro è drammaticamente attuale: E nel libro cito gli appunti di mio padre in cui denunciava la cattiva manutenzione delle gru in uno stabilimento. Con saldature, raccordi, senza allentare le guarnizioni della narrazione. Tu stesso lamenti problemi di salute, una tendinite collegata alla tua attività lavorativa.

Come fai a scrivere? Lavoro a cottimo, come un tempo i braccianti e i contadini, ma con le parole. Come traduttore, mi danno un tanto ogni 2mila battute. Più battute, più soldi, niente malattia, tredicesima o pensione. Ho una tendinite per la battitura da tastiera. Prefazione di Valerio Evangelisti. Un lavoro duro, ma soprattutto nocivo, che segnerà il suo corpo lasciandone tracce indelebili. Amianto è un romanzo crudo e commuovente, ma che non manca di momenti divertenti.

Prunetti è uno scrittore di grandissimo talento: Questo è il suo terzo romanzo. Fa parte della redazione della rivista Carmilla on line, diretta da Valerio Evangelisti. Una storia operaia Con tenerezza e con rabbia. Una storia operaia di Alberto Prunetti, con qualche sbuffo di risa sufficiente per passarci da scema mentre lo leggi sul treno e una gran voglia di spaccare tutto.

Là dentro ha vissuto molto più che a casa, spesso lontano da quella maremma popolare, veloce di lingua e di schiaffone, piena di mangiapreti e personaggi mitici. Ricostruire la sua vita significa ripercorrere la mappa delle nocività industriali nel nostro paese: Renato fa un mestiere che non è alla portata di tutti, sa compiere operazioni complesse e pericolose. È capace, e cosciente di esserlo. Il suo lavoro definisce gran parte della sua identità e del suo ruolo nel mondo.

Cerca di opporsi, di smuovere il sindacato, inutilmente. Per Renato la moneta di scambio, oltre al suo lavoro, la sua capacità e il suo tempo, è il suo corpo. Ci sono momenti che vorresti presentarti da quelli che hanno deciso di trasformare il lavoro in un ergastolo, rinchiudendo la gente in fabbrica e cantiere oltre i 66 anni.

Questo è uno di quei momenti, perché Renato Prunetti muore a 59 anni. Ora torna nelle librerie con un romanzo autobiografico: Amianto , edito da Agenzia X diretta da Marco Philopat , euro 13, Inizia a lavorare a 14 anni e la chimica che respira in cambio di un salario appena dignitoso gli mina la salute.

Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Omeopatico Composizione ed eccipienti Elementi del principio attivo: Ipersensibilità verso le classi dirigenti e i grandi industriali, rifiuto del lavoro e delle nocività.

Posologia, da leggersi preferibilmente: Tutto in una notte. Alberto Prunetti Piombino, è figlio di un operaio metalmeccanico saldatore e tubista.

Ha scritto Potassa e Il fioraio di Perón Fa parte della redazione di Carmillaonline dal E in questi luoghi Renato accumula nel suo corpo sostanze tossiche che lo porteranno alla morte tra atroci sofferenze, a soli 59 anni, appena raggiunta la neanche troppo agognata pensione. E lo fa restituendo alle parole il loro vero significato: Detto questo, ci sarebbe poco da aggiungere. Ogni lettore noterà da sé la verità della mia constatazione. Quanti testi moderni riescono a suscitare una tale gamma di sentimenti?

Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare. Sulla bravura di Prunetti non avevo dubbi. Le prime cose che lessi di lui erano le sue disavventure tragicomiche di pizzaiolo a Londra. Renato Prunetti, operaio tubista e saldatore, era fiero della sua professione e della sua bravura.

Alberto Prunetti assiste al logorio progressivo del padre.

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